EMDR e gravi disturbi post-traumatici
aspetti concettuali e metodologici - Di Michele Giannantonio
L'EMDR nasce come terapia elettiva per il trattamento del Disturbo
Post-traumatico da Stress (PTSD), e per tale patologia si è dimostrata
efficace (Foa, Keane, Friedman, 2000). La quasi totalità della ricerca
sull'efficacia dell'EMDR in psicoterapia è relativa al trattamento del
PTSD, ma quasi sempre tali ricerche eliminano dai campioni sperimentali
parte consistente dei soggetti a causa della comorbilità. Il PTSD,
infatti, si presenta in comorbilità con altre patologie secondo
percentuali che variano dal 62% al 92% a seconda delle ricerche
(Davidson et al., 1991; Shore et al., 1989). Se ne deduce che il
protocollo EMDR per il PTSD potrebbe non essere sufficientemente
adeguato in caso di specifiche comorbilità oppure nel trattamento di
gravi disturbi non identificabili come PTSD ma appartenenti in generale
allo spettro post-traumatico o alle sindromi post-traumatiche, la cui
poliedricità e complessità va molto al di là della diagnosi di PTSD
(Bremner, 2002; Jung, 2001; Giannantonio, 2003; van der Kolk, 2002;
Wilson, Friedman, Lindy, 2001).
Scopo della presente comunicazione
sarà esattamente quello di identificare alcuni problemi concettuali
relativi allo spettro post-traumatico in relazione all'intervento con
l'EMDR. Da ciò ne deriveranno alcuni suggerimenti metodologici che
consentiranno di impiegare l'EMDR in alcuni dei più gravi disturbi
post-traumatici attraverso la modificazione del protocollo standard per
il PTSD oppure per mezzo di un suo arricchimento o impiego più elastico
(Giannantonio, 2003; Manfield, 2003; Parnell, 1999).
Fra i disturbi post-traumatici più gravi e diversi dal PTSD si segnalano innanzitutto i seguenti:
- PTSD complesso (Herman, 1992), il più noto tra i disturbi post-traumatici non appartenenti alla classificazione DSM;
- Disturbi Dissociativi;
- Disturbo Borderline di Personalità;
- Depressione Maggiore;
- Comportamenti di addiction.
Oltre
a ciò - evidentemente e soprattutto - sono da annoverarsi le medesime
patologie e soprattutto il PTSD in comorbilità tra loro, configurandosi
inevitabilmente come patologie più resistenti al trattamento
psicoterapeutico (Jaycox, Ebener, Damesek, Becker, 2004; Southwick,
Yehuda, Giller, 1991). Si tratta di considerazioni diagnostiche di una
certa importanza, perché l'attenzione costante alla ricerca di PTSD come
esito di esperienze traumatiche probabilmente crea sottostime di altre
patologie o di specifiche comorbilità, causando errati interventi
terapeutici e valutazioni epidemiologiche di attendibilità limitata. Per
quanto riguarda, ad esempio, i comportamenti di addiction, una recente
ricerca (Jaycox et al., 2004) ha riscontrato la presenza di esperienze
traumatiche nel 61% dei casi in un campione di tossicodipendenti, e
nello stesso campione il 29% presentava un PTSD, e risultava più
resistente al trattamento. Breslau et al. (1991) hanno rilevato che il
31% delle persone con PTSD soddisfano anche i criteri per abuso o
dipendenza da alcool, mentre il 45% soddisfano i criteri per uso o abuso
di sostanze stupefacenti. La presenza di abuso di sostanze connesso a
specifici e focali eventi traumatici non è prototipico, sebbene sia
molto frequente nei reduci di guerre con PTSD (Koenen, Lyons, Goldberg,
Simpson, Williams, Toomey, Eisen, True, Tsuang, 2003), soprattutto
qualora in presenza di particolari elevazioni nei sintomi di
iperattivazione (Steindl, Young, Creamer, Crompton, 2003), e nelle donne
vittime di abuso in età infantile e di stupro in età adulta (Thompson
et al., 2003).
Considerazioni simili possono essere effettuate per la
depressione. La presenza di sintomi depressivi in seguito
all'esposizione ad eventi traumatici è particolarmente frequente; ad
esempio, un terzo di uno specifico campione di persone coinvolte
nell'attentato alle torri gemelle di New York presentava sintomi
depressivi almeno moderati, mentre il PTSD era presente nel 21% dei casi
(De Bocanegra, Brickman, 2004). Breslau et al. (1991) hanno trovato che
il 36,6% delle persone con PTSD presentava anche Depressione Maggiore,
mentre in una ricerca di Kessler et al. (1995), la Depressione Maggiore
in comorbilità con il PTSD era presente nel 47,9% degli uomini e il
48,5% delle donne. In un campione di 1000 persone vittime di un
terremoto, la depressione era presente nel 43% dei casi, il PTSD nel 31%
(Basoglu, Salcioglu, Livanou, 2002). È possibile che la depressione sia
un esito post-traumatico in generale più diffuso del PTSD, almeno in
alcuni specifici campioni, sebbene in letteratura sia presente una
tendenza a considerare primario il PTSD, e la depressione "in
comorbilità".
Da un punto di vista psicopatologico trasversale,
ovvero non semplicemente diagnostico, possiamo evidenziare le seguenti
caratteristiche come potenzialmente presenti nei gravi disturbi
post-traumatici:
- Gravi alterazioni del sistema comportamentale dell'attaccamento.
- Sfiducia nel corpo.
- Scarse abilità di autoesplorazione.
- Abilità relazionali povere o gravemente disfunzionali (intimità, alleanza, reciprocità).
- Abilità di rasserenamento (self-soothing) povere o gravemente disfunzionali.
- Frammentazione dissociativa della personalità.
- Meccanismi di esclusione selettiva delle informazioni cronici, pervasivi e fortemente automatizzati.
-
Gravi difficoltà nel monitoraggio metacognitivo e nella modulazione
delle emozioni, fino a giungere all'alessitimia (Taylor, Bagby, Parker,
1997).
- Un forte condizionamento della paura, mediato
neurologicamente in primis da alcune regioni dell'amigdala, e poco
influenzabile dall'attività corticale (LeDoux, 1995, 2002). Tale
caratteristica è un elemento essenziale del cosiddetto modello
psicotraumatologico che deve la sua paternità a Pierre Janet (1889), un
modello che, sulla base della specificità neurologica delle esperienze
traumatiche, richiede strategie di intervento bottom-up, piuttosto che
top-down, ovvero di strategie non basate essenzialmente sull'uso della
parola in un contesto psicoterapeutico.
Nell'eziologia dei più
gravi disturbi post-traumatici sono da annoverare situazioni di grave
incuria e maltrattamento prolungato, l'abuso sessuale infantile
intrafamiliare grave e prolungato, combattimento bellico, prigionia e
tortura, ma anche fattori di rischio specifici (per una rassegna:
Yehuda, 1999). È possibile che lo spettro complessivo dei fattori di
rischio (nella forma della vulnerabilità e del mantenimento dei disturbi
in atto) rappresenti l'aspetto più importante dei disturbi
post-traumatici, considerando che dalla letteratura emerge come assodato
che la maggior parte delle persone esposta ad eventi traumatici non
dimostrerà patologie rilevabili (per approfondimenti: Giannantonio,
2003; Yehuda, 1999). È quindi indispensabile evitare con cura di
impiegare modelli eziologici e di mantenimento dei disturbi
post-traumatici che assomiglino eccessivamente a rapporti causali,
semplici, lineari e monodirezionali: "Il Signor Rossi ha questo problema
perché gli è successo questo": una persona non è una somma di eventi,
per di più riferibili verbalmente e in modo esaustivo.
Nell'impostazione
della strategia terapeutica di fronte a tali disturbi può essere utile
fare riferimento al semplice ma euristico SARI Model di Phillips e
Frederick (1995) che prevede una progressione della strategia
terapeutica in quattro stadi progressivi:
1. Sicurezza e stabilizzazione.
2. Accesso al trauma.
3. Rielaborazione dell'esperienza traumatica.
4. Integrazione e formazione di una nuova identità.
Secondo
tale modello, prima di intervenire sulle esperienze traumatiche di una
persona, ci si deve trovare innanzitutto in una condizione di sicurezza e
stabilizzazione da molteplici punti di vista: condizioni mediche,
psicologiche, logistiche, farmacologiche, alleanza terapeutica e
sviluppo di adeguate abilità di coping per affrontare i ricordi delle
esperienze traumatiche. In assenza di tali prerequisiti, l'intervento
sulle esperienze traumatiche può generare innanzitutto una
ritraumatizzazione del paziente e/o un drop out.
L'accesso
all'esperienza traumatica - come pure la successiva rielaborazione -
possono comportare una destabilizzazione del paziente e sarà quindi
necessario ritornare alla fase della stabilizzazione prima di proseguire
ulteriormente nel processo terapeutico. Il progresso del paziente può
quindi venire a configurarsi come un andamento a spirale verticale, dove
momenti di stabilizzazione, rielaborazione ed integrazione anticipano e
seguono una crescita progressiva radicata nella rielaborazione delle
esperienze traumatiche, orientandosi verso un continuo processo di
integrazione dei ricordi, degli stati di coscienza, dei modelli
operativi interni e dell'identità.
Nel perseguimento di questi
obiettivi il protocollo standard per il trattamento del PTSD con l'EMDR
presenta alcune limitazioni. Esso si fonda, infatti, sui seguenti
presupposti:
- Presenza di una adeguata capacità di autoesplorazione del paziente.
- Presenza di una adeguata capacità di assecondare la rielaborazione che si produce con l'EMDR.
- Presenza di una adeguata alleanza terapeutica.
- Il terapeuta interviene attivamente solo quando è strettamente necessario (cognitive interweave).
- L'intervento parte dai ricordi peggiori e/o più vecchi.
-
Il paziente ha già tutte o quasi tutte le risorse potenziali per
affrontare il problema, all'interno della relazione terapeutica.
- Il paziente è in grado di "occuparsi" del sé infantile traumatizzato.
Per
definizione, però, al paziente che presenta gravi disturbi
post-traumatici mancano uno o più di tali pre-requisiti, oppure non è in
grado di iniziare l'intervento partendo dai ricordi più
destabilizzanti. Il suggerimento generico di lavorare con il paziente
affinché sviluppi le abilità mancanti per poi applicare il protocollo
standard per il PTSD è a mio avviso troppo semplicistico e per certi
versi fuorviante e pericoloso. Infatti, non è affatto detto che si
riescano a sviluppare le abilità carenti, se non altro perché la
psicoterapia si può interrompere precocemente nel caso di simili
patologie. In secondo luogo, non si vede perché non dovrebbe essere
possibile utilizzare comunque l'EMDR proprio allo scopo di raggiungere
questo obiettivo. Infine, e questo è il punto più importante, in
determinate situazioni cliniche alcune di tali abilità non si potranno
sviluppare adeguatamente se non lavoreremo - almeno parzialmente - sulla
storia traumatica del paziente.
Di conseguenza, a seconda delle
difficoltà presentate dal paziente, potranno essere utili alcune
variazioni del protocollo standard relative essenzialmente ai seguenti
punti:
1. Favorire l'autoesplorazione e la fiducia nel corpo.
2. Tecniche di installazione di risorse.
3. Tecniche di riaccudimento.
4. Tecniche di cambiamento di storia orientate all'elaborazione della storia di attaccamento del paziente.
1. Favorire l'autoesplorazione e la fiducia nel corpo
In
questi pazienti il corpo, le emozioni e le sensazioni possono essere
percepiti come minacciosi. Di conseguenza, l'autoesplorazione ne può
risultare fortemente limitata, se non risultare pressoché
impossibilitata. Ce ne accorgiamo, ad esempio, quando la stessa idea di
potere gustare un luogo sicuro viene vissuta con sospetto e vigilanza
eccessive. La partecipazione emotiva risulta assolutamente ostacolata
come pure il fluire delle libere associazioni. Durante l'esercizio del
luogo sicuro possono comparire pensieri specifici e minacce espresse in
modo onirosimile, che il paziente stenta a controllare. L'esercizio del
luogo sicuro, quindi, invece di essere una condizione di partenza alla
quale accedere immediatamente e dalla quale muovere verso l'elaborazione
delle esperienze traumatiche, diventa un obiettivo imprescindibile da
costruire. Il paziente ha bisogno di imparare a gustare il contatto con
il proprio mondo interiore, a reprimere adattivamente l'attivazione di
ricordi ed emozioni fastidiosi ed intrusivi, ovvero vivere il luogo
sicuro come un vero rifugio interiore. Piuttosto che come un'"area
dell'Io libera da conflitti" (Hartman, 1958), il luogo sicuro dovrebbe
quindi essere concepito come l'accesso ad una condizione di sicurezza
fondata psicofisiologicamente, connotata da piacere, gratificazione,
autoprotezione, autorassicurazione.
Per raggiungere questi obiettivi possono essere utili i seguenti accorgimenti terapeutici:
-
dedicare più sedute all'esercizio del luogo sicuro, utilizzando
contesti e ricordi differenti da stimolare attraverso la stimolazione
bilaterale in un campo di attenzione duale. I set di stimolazione
bilaterale in linea di massima dovranno essere molto brevi, almeno nelle
prime fasi. La possibilità progressiva di tollerare set sempre più
lunghi è indicazione del fatto che il luogo sicuro è sempre di più sotto
il controllo del paziente.
- Insegnare tecniche di rilassamento e/o
autoipnotiche di tipo immaginativo che insegnino al paziente ad
abbandonarsi e ad esplorare il proprio luogo sicuro.
-
Audioregistrazioni di induzioni ipnotiche del luogo sicuro possono
risultare particolarmente utili con quei pazienti che si sentono intrusi
dalla presenza del terapeuta, ma che nel contempo non sono poi in grado
di compiere autonomamente gli esercizi di rilassamento e ipnotici.
2. Tecniche di installazione di risorse
Il
termine "installazione di risorse" deriva dalla programmazione
neurolinguistica (Bandler, Grinder, 1975 a, b, 1979) e tale approccio,
come noto, ha inteso sistematizzare - almeno nelle sue fasi
pionieristiche - le strategie terapeutiche di Milton Erickson, non
necessariamente utilizzate in stato di trance ipnotica. Uno dei
presupposti di base dell'approccio ericksoniano alla psicoterapia è che
l'individuo sia già di per sé fornito di tutte le risorse necessarie al
superamento dei propri problemi e alla piena estrinsecazione delle
proprie potenzialità, o che comunque abbia tutte le capacità per
attingere o costruire tali risorse. Da tale assunto epistemologico di
base ne deriva che compito del terapeuta sarà quello di rendere fruibili
tali risorse, o perché già presenti, o perché potenzialmente
acquisibili dal paziente.
L'impiego delle tecniche di installazione
di risorse con l'EMDR è, a mio avviso, un ottimo esempio di integrazione
delle psicoterapie, e della capacità da parte dell'EMDR di incorporare
efficacemente metodologie di intervento provenienti da molteplici
tradizioni cliniche; come l'EMDR, le tecniche di installazione di
risorse sono orientate all'efficacia, alla semplicità e alla
stimolazione di processi di cura il più possibile autogestiti.
La
sequenza di domande da porsi per valutare la necessità di un intervento
di installazione di risorse in relazione ai disturbi post-traumatici è
la seguente:
1) Il paziente ha dentro di sé tutto quello che gli serve per potere affrontare adeguatamente i suoi ricordi traumatici?
2)
In caso negativo o parzialmente negativo, ci si chiede cosa gli manchi o
non sia sufficientemente a fruibile rispetto alla sua volontà.
3) A questo punto ci si chiede quando nella sua vita abbia mai avuto accesso a queste risorse.
4) Si procede con l'installazione di risorse, stimolando l'accesso ai ricordi in tal modo identificati.
La
filosofia di base dell'installazione di risorse è quindi, quando
possibile, di utilizzare quanto già disponibile nell'esperienza del
paziente. L'accesso ai ricordi effettivi del paziente, quindi, sarà a
mio avviso sempre da preferirsi rispetto a tecniche di installazione di
risorse che prediligono l'implementazione di scenari immaginari mai
sperimentati prima dal paziente. Tra queste tecniche si annoverano
l'impiego di esperienze mai vissute prima o l'incontro con personaggi
mai conosciuti. Purtroppo, però, non è sempre possibile seguire questa
regola con questi pazienti, in quanto i singoli ricordi che potrebbero
fungere da risorsa possono essere troppo strettamente intrecciati (per
via di specifici significati ed emozioni) ad altri ricordi negativi,
oppure la propria vita può essere trattata complessivamente con un
disprezzo ed una svalutazione inizialmente non scalfibili dal terapeuta e
dal paziente. In questi casi, l'installazione di risorse potrà seguire
strategie maggiormente basate sulla creazione di realtà virtuali che
consentiranno di vivere esperienze sconosciute prima dell'intervento
terapeutico.
Da questo punto di vista, lo stesso esercizio del
luogo sicuro è un esercizio di installazione di risorse, perché consente
al paziente di entrare in contatto con precedenti esperienze di
sicurezza psicofisiologica, e quindi il modo stesso attraverso il quale
effettua tale operazione ha in sé un profondo significato diagnostico.
Immaginarsi al sicuro sotto alle coperte del proprio letto, ad esempio,
esprime un senso di vulnerabilità e precarietà molto maggiore rispetto
ad un paziente che preferisce immaginare di camminare lungo il
bagnasciuga di una spiaggia.
Come detto in precedenza, però,
l'installazione del luogo sicuro potrebbe non essere sufficiente ad
affrontare adeguatamente la rielaborazione delle esperienze traumatiche
con l'EMDR. Alcuni esempi di ulteriori interventi di installazione di
risorse sono i seguenti:
- Accesso ad ulteriori stati di benessere realmente esperiti, anche primordiali.
- Accesso a stati connotati da eccellenza.
-
Utilizzazione di oggetti transizionali, Stati dell'Io, oggetti-sé (i.e.
animali) (Watkins, Watkins, 1997) (si vedano oltre le vignette
cliniche).
- Obiettivi di vita e scenari futuri, che diano un senso al malessere attuale e orientino verso una direzione di cambiamento.
- Accesso alla positività di una situazione pre-traumatica, qualora esistente.
-
Accesso a relazioni con figure di attaccamento alternative, qualora
quelle principali siano stati carenti o gravemente disfunzionali.
Alcune esemplificazioni verranno fornite nel prosieguo attraverso due vignette cliniche.
3. Tecniche di riaccudimento.
Le
tecniche di riaccudimento, traduzione dei termini inglesi "renurturing"
e "remothering", sono state descritte come strategicamente molto
efficaci nel trattamento dei gravi disturbi post-traumatici con l'EMDR,
in particolare nel caso di gravi alterazioni del sistema comportamentale
dell'attaccamento (Giannantonio, 2003; Manfield, 2003; Parnell, 1999).
Probabilmente sono state formalizzate per la prima volta con questi nomi
da Murray-Jobsis (1990 a, b) e derivano anch'esse dagli interventi
terapeutici che Milton Erickson ha condotto per decenni per mezzo della
trance ipnotica, prima che venissero da lui descritti compiutamente
(Erickson, Rossi, 1989).
Sostanzialmente, le tecniche di
riaccudimento sono un intervento strategico per rielaborare e modificare
radicalmente la storia di attaccamento del paziente. Di fatto, tali
tecniche sono semplicemente la formalizzazione di strategie spontanee di
cambiamento esibite dai pazienti. Può capitare, ad esempio, che durante
la rielaborazione con l'EMDR un paziente immagini sé stesso adulto
mentre aiuta sé stesso quando era piccolo. Da un punto di vista
razionale tale scenario è completamente assurdo, ma nondimeno molti
pazienti - senza nessun suggerimento da parte del terapeuta - si
ritrovano ad elaborare in questo modo la propria storia di attaccamento,
e solitamente con grande efficacia. O ancora, un paziente può
immaginare che una figura di riferimento del presente o una figura di
attaccamento alternativa intervenga per aiutarlo ad affrontare
diversamente una situazione relazionale che lo trova impotente o
terrorizzato. Tali interventi di autocura possono essere evidentemente
letti nell'ottica dell'integrazione dei modelli operativi interni, degli
Stati dell'Io, degli stati di coscienza dissociati o comunque non
adeguatamente integrati.
Nelle persone con gravi disturbi
post-traumatici queste spontanee modalità di cambiamento possono non
presentarsi per molteplici motivi. È infatti possibile e probabilmente
frequente che la difficoltà ad "aiutare" il sé infantile esponga al
rischio di ritraumatizzazione, a sofferenze inutili e allo stallo
rielaborativo. Prima di lavorare sulla storia traumatica del paziente,
però, è consigliabile che le "parti adulte" del paziente siano in grado
di occuparsi di quelle infantili, essendo in grado di:
- Contenerle.
- Rassicurarle.
- Non punirle o biasimarle.
- Non abbandonarle.
- Non spaventarsi eccessivamente di fronte alle emozioni provate dalle parti infantili.
- Provare comprensione e tenerezza verso di esse.
La
verifica di tali precondizioni può essere effettuata innanzitutto
attraverso il colloquio clinico, verificando se emergono sentimenti di
vergogna, di autobiasimo o di colpa relativi al sé infantile, moti di
rabbia verso sé stessi. Oppure, se il paziente non prova nulla di tutto
ciò, ma si dimostra assolutamente travolto dalle emozioni che alcuni
ricordi elicitano, senza sentirsi assolutamente in grado di esplorare i
suoi ricordi. Tali verifiche dovranno essere effettuate con particolare
attenzione nei confronti delle persone abusate sessualmente in età
infantile, che frequentemente possono non esibire una adeguata alleanza
con il sé abusato.
Se il paziente non è in grado di occuparsi
adeguatamente del sé infantile, possono essere utili i seguenti
accorgimenti terapeutici:
- fornire adeguate informazioni a
titolo psicoeducazionale sulle esperienze traumatiche, l'abuso sessuale
infantile, le caratteristiche delle relazioni infantili con le figure di
attaccamento e così via.
- Fare portare dal paziente fotografie di
sé stesso da bambino, che gli consentano di osservare da una nuova
prospettiva il fatto che poteva essere degno di amore, meritevole di
cure, suscitare tenerezza ed accudimento.
- Fare portare dal paziente
fotografie di figure di attaccamento alternative, in modo da porre
nella massima rilevanza possibile il fatto che da qualcuno è stato
amato, che è potenzialmente degno di amore.
- Creare con l'EMDR
scenari virtuali attraverso i quali il paziente "conosce" il sé
infantile ed impara ad entrare in relazione con lui, innanzitutto
attraverso la comprensione e il sostegno emotivo.
- Se necessario,
utilizzare per quest ultimo punto l'introduzione di figure di
attaccamento alternative che insegnino o accompagnino il paziente
durante la familiarizzazione con il sé infantile.
- Favorire, non appena possibile, il contatto fisico intenso tra il paziente ed il sé infantile.
-
Se possibile, utilizzare lunghi set di stimolazione bilaterale, in modo
da generare prolungate e coinvolgenti relazioni virtuali che sortiranno
una potente efficacia trasformativa ed una profonda bellezza da un
punto di vista sia estetico che esistenziale.
4. Tecniche di cambiamento di storia orientate all'elaborazione della storia di attaccamento del paziente.
Costruite
quando necessario le premesse per il lavoro successivo, si procederà
allora con la rielaborazione dei ricordi traumatici del paziente. Nei
gravi disturbi post-traumatici, però, spesso il trauma non è tanto e non
solo quello che è successo, ma anche quello che non è accaduto. Nel
caso dei maltrattamenti in età infantile, ad esempio, l'esperienza
traumatica non è semplicemente il fatto di essere stati trattati male,
ma anche che siano mancate adeguate esperienze relazionali di
accudimento che abbiano consentito uno sviluppo armonico della crescita
emotiva, dell'autostima, di adeguate abilità interpersonali e di
modulazione delle emozioni. Per questo motivo durante l'impiego
dell'EMDR molti pazienti modificano spontaneamente la propria storia di
attaccamento attraverso l'introduzione - in alcuni momenti topici - del
sé adulto o di figure di attaccamento alternative. Questo consente loro
di intervenire a posteriori sulla storia di attaccamento e di vivere in
prima persona, con tutta la loro persona, frammenti di vita alternativa
che modificheranno profondamente la loro identità, l'immagine corporea,
le strategie interpersonali, fornendo un progressivo senso di
integrazione di un sé abitualmente percepito come frammentato o
"straniero".
Nel caso in cui tale evoluzione non avvenisse
spontaneamente, il terapeuta può suggerirla strategicamente, invitando
il paziente a fare qualcosa per aiutare sé stesso, oppure "inviando nel
passato" una figura di attaccamento alternativa. In alcuni casi il
paziente è impossibilitato a compiere questa operazione anche qualora
suggerita e sostenuta dal terapeuta, perché né lui così come si
percepisce oggi né una figura di attaccamento alternativa potrebbero
affrontare, ad esempio, l'autore di gravi maltrattamenti o abusi
sessuali. Ciò può essere assolutamente vero, ad esempio nel caso di una
donna che non si sente di affrontare virtualmente il padre, ancora vivo,
che ha abusato sessualmente di lei, percepito come molto più forte e
violento. In questi casi, può essere utile porre la seguente domanda
(intervento cognitivo integrativo): "Se si accorgesse che un suo vicino
di casa che la terrorizza sta abusando sessualmente della propria
figlia, che cosa farebbe?". Molti i pazienti rispondono che
chiamerebbero le Forze dell'Ordine, e questo è un buon punto per
proseguire con la stimolazione bilaterale: l'immagine delle Forze
dell'Ordine che arrestano la persona abusante può avere un grande potere
rassicurante e trasformativo.
I concetti appena esposti verranno ora brevemente esemplificati attraverso due brevi frammenti clinici.
Caso clinico 1: Elena.
Elena
ha 21 anni e presenta un Disturbo Post-traumatico da Stress Complesso.
Seguendo invece il sistema classificatorio DSM, presenta i seguenti
disturbi: Disturbo Borderline di Personalità, PTSD, Disturbo Distimico
dell'Umore, Disturbo di Panico senza Agorafobia, Disturbo
dell'Alimentazione NAS, Disturbo dell'Orgasmo Femminile. Di particolare
rilevanza sono gli agiti autolesionistici caratterizzati dal ferimento
del corpo per mezzo di coltelli e forbici. Un orientamento sessuale non
chiaramente definito crea nella paziente molta confusione relazionale e
progettuale.
Dall'età di 7 anni ha subito molestie sessuali da
parte del padre. Tecnicamente si tratta di eventi di "modesta" entità,
come toccamenti occasionali nelle parti intime, ma trattandosi del padre
è stato gravemente pervertito il legame di accudimento. Il genitore è
stato percepito come minaccioso, la madre come evanescente e non
protettiva, il corpo e la sessualità sono stati etichettati come
pericolosi e come qualcosa di cui vergognarsi, oltre che come sede di un
piacere proibito.
I primi mesi di psicoterapia sono stati dedicati
sostanzialmente alla costruzione dell'alleanza terapeutica, fin
dall'inizio molto fragile, vissuta con notevole intrusività e
ambivalenza. Un intervento farmacologico necessario, inoltre, veniva
respinto dalla paziente. Nella prima fase della psicoterapia si è
inoltre reso necessario un ricovero a causa del disturbo alimentare.
Non
appena l'alleanza terapeuta è sembrata consolidata sufficientemente, ho
proposto alla paziente di lavorare con l'EMDR sulle molestie del padre.
Nonostante l'assenso verbale, non mi veniva assolutamente concesso di
sedermi vicino a lei perché i sentimenti di intrusione che percepiva
erano ingestibili. Non era possibile insegnarle tecniche di rilassamento
in modo ordinario, perché l'idea di sdraiarsi sul lettino era percepita
con terrore. Restando dietro alla mia scrivania, le ho quindi insegnato
tecniche di respirazione che potessero aiutarla a rilassarsi. Non
appena è stato raggiunto questo obiettivo, le ho suggerito di cercare un
luogo sicuro, identificato nel bosco della clinica dove era appena
stata ricoverata, associando poi l'immagine del luogo sicuro alla
respirazione addominale. In una prima fase non era neppure possibile
chiudere gli occhi per immaginarlo, in quanto la paziente non voleva
sentirsi ulteriormente vulnerabile nei miei confronti. Oltre a ciò,
aveva paura di perdere il controllo delle proprie emozioni. Quando è
riuscita a chiudere gli occhi per immaginare il bosco mentre respirava
con l'addome, nella sua immaginazione è comparso il padre, che
evidentemente le rendeva impossibile sentirsi al sicuro. Non erano
presenti figure di attaccamento alternative che potessero essere
impiegate come risorse e le ho quindi chiesto se ci fosse un felino che
le piacesse molto e che volesse portare con sé nel luogo sicuro: la
paziente si è allora immaginata circondata da molti giaguari, che
mantenevano il padre a distanza. Progressivamente le è stato possibile
esplorare il luogo sicuro sotto alla loro tutela, fino ad arrivare al
punto in cui la presenza del padre non era più percepibile. È stato
allora possibile sedermi vicino a lei per lavorare con l'EMDR. Il
prosieguo del lavoro psicoterapeutico non ha comportato particolari
difficoltà e si è sviluppato in modo relativamente rapido,
controintuitivamente in base alle premesse prima descritte. Con ogni
probabilità, la presenza di una contemporanea relazione affettiva
significativa e l'impiego di una adeguata terapia farmacologica
(accettata in un secondo momento) hanno accelerato il processo di
cambiamento. In prima istanza l'intervento terapeutico si è rivolto nei
confronti della rielaborazione delle molestie subite. Successivamente e
spontaneamente, la paziente ha immaginato di difendere sé stessa durante
alcune molestie, imparando a difendersi nei confronti del padre. Infine
e sempre spontaneamente, la paziente ha immaginato di prendersi cura di
sé stessa quando era piccola, di rassicurarsi e coccolarsi. Di
particolare importanza e pregnanza emotiva sono stati alcuni momenti in
cui ha immaginato di giocare con sé stessa da piccola, eventi che non
ricorda di avere mai vissuto con i genitori. La fase terminale della
psicoterapia è consistita nella rielaborazione di alcune difficoltà
sessuali che emergevano nell'intimità con il ragazzo.
A poco meno di
due anni dall'inizio della psicoterapia, interrotta a più riprese nelle
fasi iniziali, Elena ha presentato una totale remissione
sintomatologica. Attualmente, ad un anno dalla fine della psicoterapia,
Elena sta bene, convive e ha una figlia di alcuni mesi.
Caso clinico 2: Paola.
Paola
ha 31 anni e presenta essenzialmente un Disturbo Dissociativo
dell'Identità. In passato ha anche avuto significativi problemi di
depressione e di abuso di alcool e stupefacenti. La sua storia è
caratterizzata da abuso sessuale prolungato nel tempo, avvenuto in seno
alla famiglia, da incuria e maltrattamento psicologico. È presente una
elevata familiarità per depressione, ansia e sintomi dissociativi. È
omosessuale, è reduce da alcuni anni di psicoterapia solo parzialmente
efficace.
L'abuso sessuale è consistito nella presenza in casa, fin
dalla più tenera età, di riviste pornografiche, a completa disposizione
della paziente. Una vicina di casa poi la riforniva di riviste
pedo-pornografiche in cambio di bottiglie di vino. I familiari, inoltre,
non usavano precauzioni adeguate per proteggere la paziente nei
confronti della propria vita sessuale. La precoce esposizione ad una
sessualità altamente distorta l'ha portata a ritenenere normale una vita
sessuale compulsiva almeno dai sette anni, agita per mezzo di una
attività masturbatoria comportante la penetrazione anale e vaginale con
oggetti estremamente voluminosi e potenzialmente molto pericolosi.
Durante la masturbazione, vissuta con angoscia e conteporaneo piacere,
la paziente si dissociava ed incarnava una figura maschile che abusava
di lei.
Le prime sedute sono state sostanzialmente caratterizzate
dall'agire, nei confronti del terapeuta, molteplici e pressanti test di
traslazione (Weiss, Sampson et al., 1987) atti a verificare la sua
consistenza e adeguatezza da un punto di vista sia professionale che,
soprattutto, umano. Gli alters comparivano spontaneamente con frequenza e
drammaticità, sia spontaneamente che durante la raccolta delle più
basilari informazioni anamnestiche. Come riferito in letteratura, nel
Disturbo Dissociativo dell'Identità la gestione corretta, trasformativa
ed integrativa della riattivazione della storia di attaccamento
all'interno della relazione terapeutica diventa l'elemento essenziale
della terapia (Barach, 1991), e la psicoterapia è stata impostata in
questo senso. Quando i primi test di traslazione sono stati superati
positivamente e l'irruzione degli alters nel setting terapeutico ha
iniziato a diventare sporadica, si è deciso di proseguire l'intervento
con l'EMDR. Partire dai più vecchi abusi sessuali non era proponibile
per due ordini di motivi: 1) il paziente lo rifiutava, correttamente,
perché 2) non era in grado di sostenere emotivamente questo tipo di
strategia in questa fase della psicoterapia. L'intervento è quindi
proseguito attraverso strategie di installazione di risorse e
soprattutto di riaccudimento, in quanto era presente una scarsissima
alleanza e soprattutto aggressività e disprezzo verso il sé infantile,
valutato come responsabile dell'esperienza di molte esperienze
sgradevoli dell'infanzia prima e dell'età adulta poi.
Per la tecnica
del luogo sicuro si è identificato il momento dell'imbottigliamento del
vino con un nonno, figura di attaccamento alternativa molto positiva,
seppure inefficace nella protezione della paziente da bambina. La scelta
è stata corretta, ed ha portato a rassicuramento contemporaneamente
all'emergere di alters che, progressivamente, la paziente ha imparato
modulare e controllare volontariamente.
Il passo successivo è stato
quello di portarla ad occuparsi direttamente di sé stessa, quando era
bambina, ma non è però stato possibile. L'intimità con il sé infantile
veniva infatti percepita con un profondo senso di impotenza. Ho allora
pensato di proporre alla paziente di avvicinarsi progressivamente alla
meta, immaginando di fare un regalo alla bambina. Ha deciso di donarle
un cavallo bianco, desiderato a lungo durante l'infanzia. Si è trattata
di una scelta decisiva e vincente perché ha rappresentato un primo
momento di accudimento caratterizzato da un coinvolgimento emotivo
elevatissimo, vissuto con calore e tenerezza. Nelle sedute successive il
cavallo bianco ha svolto la funzione di figura di attaccamento
alternativa, con una funzione riparatoria manifestata innanzitutto
attraverso un contatto fisico percepito come rassicurante, trasformativo
e radicante in una condizione di accettazione, amore e sicurezza. In
presenza del cavallo bianco è stato possibile a più riprese abreagire
emozioni magmatiche, consentire la compara di alters che
progressivamente hanno assunto sempre meno il controllo del
comportamento, delle emozioni e dei pensieri della paziente. A cinque
mesi dall'inizio della psicoterapia il cavallo bianco viene riconosciuto
come una parte di sé e compare nei sogni; dopo un ulteriore mese la
paziente ha riferito spontaneamente che gli alters stavano scomparendo
progressivamente, fondendosi, "come se ci fosse una sorta di faro che
controlla e osserva… ho capito che dietro ad ogni parte c'è un perché, e
capendo il perché la parte perde la sua ragion d'essere". Il prosieguo
della terapia si è caratterizzato innanzitutto per la modificazione dei
rapporti con tutti i membri della famiglia con la compagna, con la quale
convive da anni, e dalla diminuzione progressiva dei sintomi
dissociativi. A undici mesi dall'inizio della psicoterapia la vita
sessuale ha iniziato a normalizzarsi e per la prima volta è stata
possibile un'attività autoerotica ecologica e piacevole, vissuta senza
sensi di colpa. Ad un anno dall'inizio della psicoterapia è stato
possibile iniziare per Paola ad accudire direttamente il sé infantile,
senza la comparsa di emozioni e comportamenti sabotanti o
autolesionstici.
La psicoterapia è attualmente in corso, e non si è ancora mai lavorato direttamente sui ricordi più altamente traumatici.